IMPROVVISAMENTE...
E poi cambia tutto, scatta un incastro e tutto si ordina, e non sai nemmeno come o quando, ti ritrovi con il lavoro fatto.
Le fessure del tuo dolore si riempiono e tutti i pezzetti tornano insieme.
E ne sei sopraffatto.
Le definizioni cedono, i discorsi non reggono, le parole si dileguano, ma è tutto lì, solo che non ha una forma e non riesce ad uscire.
E fa male.
Come tutto ciò che fatica ad uscire, siano gioia o lacrime, quando fatica fa male, infatti gioia e dolore si mescolano e si torcono e si dibattono.
Ma tutto resta. Resta questo tutto.
Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inqietitudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…
(Camillo Sbarbaro)
"L'orror, la crudeltà, la tema, il lutto,
van d'intorno scorrendo, e in varia imago
vincitrice la Morte errar per tutto"
(Tasso)
Vedere gente in fila difronte a bagni improvvisati, con in mano carta rimediata, vestita di panni rimediati, che riceve in fila manciate di biscotti e bicchieri di latte, in fila sotto gli ombrelli, addormentati in stanzoni insieme a sconosciuti, dando le spalle all'imbarazzo.
Nel 2009.
Come durante la guerra nei Balcani,
come in campi nomadi che stano sotto casa ma che, chissà perchè ci sembrano lontani,
come in posti che riteniamo spazialmente e temporalmente altri.
Qui.
Sotto casa.
In Abruzzo.
Gente come noi, che fino a l'altro ieri faceva una doccia al giorno, si cambiava la biancheria quotidianamente, si pettinava davanti a uno specchio, telefonava e navigava su internet, aveva pudore nel mostrarsi in pigiama, in ciabatte o in disordine, ora denudata in diretta di tutta la fragilità dei più elementari bisogni.
Gente costretta ad allungare le mani per una manciata di biscotti.
A mostrarsi mentre mangia più avidamente di quanto vorrebbe una razione rimediata guardandosi intorno con sospetto come qualsiasi altro animale.
"Dal sonno alla morte è picciol varco"
disse Tasso e infatti...
..."Tale è lo stato mortale" ...formiche, cade una mela dall'albero ed ecco...
"Or tutto intorno una ruina involve
ove tu siedi o fior gentile
e quasi i danni altrui commiserando
al ciel di dolcissimo odor mandi un profumo
che il deserto consola"
(Leopardi, La Ginestra)
Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda ‒
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
‒ anemone o nube ‒
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.
Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.
Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo sono
un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d'aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.
Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose ‒
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell'attesa di te.
È il mattino, è l'aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.
La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.
25 marzo '50
(Cesare Pavese)
Erri De Luca, In nome della Madre, Feltrinelli, Milano, 2008.
Di Maria non si dice molto nei Vangeli a parte che è stata miracolosamente fecondata e che ha partorito da sola. Altrettanto miracolosamente.
Come l’Iliade non parla della guerra di Troia ma di un singolo evento, di durata molto più breve (cinque giorni dell'ira di Achille su dieci anni di guerra) che tuttavia determinerà una serie di eventi e contesti ad esso connessi, così questo libro non parla di Maria e della sua vita ma dell’inizio della vita in lei. Dal momento del concepimento alla nascita del figlio di Dio, nascita che, paradossalmente segna la fine della storia, senza soffermarsi sull’uno né sull’altro ma solo su di lei come portatrice e “recipiente” dell’evento.
Come dice lo stesso autore nella quarta di copertina (di suo pugno come in molti dei suoi libri) in nome del Padre inaugura il segno della Croce ma in nome della madre inaugura la vita. Il padre ha deciso la nascita e ha determinato lo svolgersi dei fatti, la madre è portatrice e matrice della vita: del suo concepimento del suo crescere e maturare fino al distacco, e questo solo la madre racconta e questo lei sola, e non Dio, può raccontare.
Non di cosa è avvenuto prima o di cosa avverrà poi, già noto, ma di cosa avviene durante parla il libro, con la voce stessa di Maria. Il maestrale di marzo la feconda, come tante creature nel mito e nella leggenda (come la dea della Notte depone l'uovo da cui nascerà Eros, fecondata dal vento) nel silenzio, nell’immobilità, senza nemmeno stropicciare l’orlo della veste si compie il prodigio della maternità. È il motore immobile.
Maria tace. Non ha paura, non si scompone, anche quando narra l’evento a Giuseppe resta in piedi ben ferma, diritta, perfettamente calma.
Il silenzio della donna, il miracolo tutto interno e intimo si contrappone alla necessità di parole, conoscenza, spiegazioni, leggi, teorie, soluzioni, tipico degli uomini.
Nella donna la vita, sboccia, fiorisce, la donna è sfiorata e fecondata, nel chiuso della sua casa, nel chiuso del suo corpo, nel caldo, nel silenzio si compie il miracolo, fuori è il freddo, il deserto, il clamore, l’assemblea, Giuseppe che cerca di aggirare la legge che vuole lapidare l'adultera, che si oppone al vilaggio volendola sposare ugualmente come vergine, i pettegolezzi delle donne, il censimento, il viaggio. Dentro è quiete e gioia, la donna è vaso d’argilla, è pienezza, comunione con Dio.
Maria è innamorata di Giuseppe, ha voglia di abbracciarlo per la tenerezza che le dimostra, è una giovane sposa che mette a posto con una carezza i capelli del marito.
Maria è piena della grazia divina, della “dote dei profeti” come le spiega il suo sposo, della capacità di affrontare il mondo con leggerezza e senza sforzo e che sparge sui chi le sta accanto.
La gravidanza tuttavia è un evento, con uno svolgimento e una fine, è crescita non solo del bambino ma anche della madre che passa dall’iniziale stato di pura gioia e leggerezza simile alla fanciullezza ad una maturità fatta di crescenti paura e realismo man mano che ci si avvicina alla fine, cioè alla nascita, la conclusione dello stato di comunione con il figlio-Dio, il distacco, la maturazione della consapevolezza che quel figlio è destinato ad altro e non è per lei.
Qui il patto con Dio, la preghiera di lasciarlo solo per lei almeno finché non sarà uomo, almeno fino all’alba del nuovo giorno.