DIZIONARI
Ma voi li usate i dizionari?
Ma stai scherzando???
sono la miniera d'oro del sapere
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l'armeria delle risposte letali contro il dubbio
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il paracadute sull'abisso dell'ignoranza...
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Sofia.
Ma... sono ottimi per iniziare un disorso... prima cerchi la definizione della cosa da dire poi la dici!
è una questione di ordine no?
e da questo punto di vista sono fantastici:
non c'è niente fuori posto, niente che non possa essere trovato e niente che non possa essere definito! rassicuranti!!
come la mia casa...
H
Lindo
Beh in effetti... è uno dei pochi libri che uso spesso... ce l'ho ancora lì dalle elementari... un po' sgualcito, un po' scarabocchiato, con qualche pagina in meno... ma chi se ne frega non va mica a male!
comunque... mi capita un sacco di volte di non capire una parola... o anche più di una...
quando ero alle medie iniziavo sempre i temi con qualche definizione del vocabolario, solo che la spacciavo per mia e la prof mica se la beveva...
bei tempi!
comunque sono ottimi anche per schiacciare gli scarafaggi o da tirare sulla testa a qualcuno!!
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Marco
Utili soprattutto per gli ingredienti esotici di cui si ignorano le qualità, i tempi di cottura, i possibili accostamenti, la stagione...
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Lucullo
Dal diario di Melania scritto con un pastello (ovviamente)
nero
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Gli appunti di Puffo Quattrocchi, mio padre spirituale.
nltzquè
ma la colomba della pace avrà preso l'aviaria?
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FILM
I segreti di Brokenback mountain
Vera storia di cowboys; anche se all'inizio non si vedono bovini, ma solo pecore.
Veri villaggi del far west che a parte le macchine e le strade asfaltate non sono molto diversi da quelli dei film, stesse case di legno, stessa polvere, stessa desolazione.
Veri duri, stivaloni, cappelli e sigaretta alla Gighen (quello di Lupin... come si scrive?...).
Vera violenza; della vita, solo lontanamente evocata nella triste storia di Ennis, nell'inizio della relazione tra i protagonisti, nella loro passione, nella presentazione dei fatti, che ti piombano addosso, senza preamboli, senza fronzoli, senza colonna sonora.
Film coraggioso per l’America bigotta e perbenismta che fa crociate contro l’aborto e il matrimonio gay.
Vere anche la tristezza, la rassegnazione al dovere di sottostare ad un mondo i cui non c'è spazio per chi non vuole sposarsi avere dei figli e vivere in una casetta di legno con lo steccato bianco; vera la discriminazione, anche se collocata indietro nel tempo, ma in un passato recente e in un ambiente che non è cambiato molto. icontadini del medioevo non erao molto diversi dai contadini del nostro dopoguerra, i mandriani degli anni sessanta americani non lo sono molto cambiati specialmente nella regione cerebrale.
Interessanti le facce degli spettatori, gli uomini terrorizzati dal dubbio che forse, rimanendo da soli con un altro uomo per tanto tempo… le donne pure dal fatto che nemmeno dei machi più machi ci si può fidare.
Insomma una vera storia di duri e una vera storia d'amore ventennale, di amore da film, che resiste alla morte, For ever, con omosessuali per niente effemminati che cavalcano tori ai rodeo e castrano vitelli, dove il più duro dei due, come da copione nelle dure storie americane, ha perso i genitori è stato abbandonato dai fratelli, non parla e non ride mai, un Clint Easfood versione 1963 e gay, ma non gaio, come la situazione di molte coppie specialmente in Italia...
(alle quali vanno i miei auguri)
Q
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FILM
Orgoglio e pregiudizio
Finalmente un film ambientato in un'altra epoca in cui non campeggiano facce assolutamente inadatte (vedi Angelina Jolie in Alexander, già abbastanza assurda nel ruolo della madre di Colin Farrel, ma soprattutto assolutamente improponibile con le sue labbra-canotto, la sua forma a clessidra e la sua perfetta french manicure in una seppur fantasiosa antica Grecia).
A parte la protagonista, dal volto un po’ troppo “attuale”, niente sopracciglia troppo sottili, niente capelli puliti e splendenti come se fossero usciti dallo studio di Jacques Louis David, abbastanza improbabili in un’epoca in cui acqua corrente e detergenti non facevano parte dei generi di prima necessità.
Fantastiche le scene di ballo e dialogo; i balli di gruppo, non meno scatenati di quelli di oggi, fin dalle primissime scene danno un’idea precisa del divertimento del tempo, davvero non molto lontano da quello di oggi ma infinitamente più sano. Danzando i personaggi si scambiano di posto seguendo complesse coreografie e nel frattempo dialogano tra loro e i vari dialoghi (tra una sorella e l’altra, tra la sorella e il suo goffo pretendente) si sovrappongono, gli interlocutori si alternano.
Le musiche si adattano mirabilmente al carattere del personaggio e del dialogo, come quelle inventate dal protagonista di La leggenda del pianista sull’oceano; si noti ad esempio la differenza tra quella che accompagna il ballo al quale partecipano le due sorelle e il pretendente goffo, veloce, allegra e scanzonata, perfetta per accompagnare i pettegolezzi delle ragazze e la ridicolaggine del loro buffo cugino che tenta invano un approccio, e quella della danza dei due protagonisti, musica che sembra fatta su misura sul personaggio maschile, lenta ed aristocratica, sobria, seriosa, come
l’ “orgoglio” che lui rappresenta.
Alcuni particolari scenografici davvero divertenti, come la dichiarazione d'amore fatta di fronte ad un prosciutto affettato che campeggia sulla tavola, Elisabeth che subito dopo corre fuori dalla casa seguita da un gruppo di oche e dalla madre.
Bellissimi i paesaggi che fanno scoprire anche particolari inediti del panorama inglese, come le rocce dalle forme spettacolari e gli alberi grandi come sequoie, oltre alle consuete architetture neoclassiche, sorprendentemente maestose e le viste di laghi artificiali, giardini e collezioni d’arte.
Perfetta la resa dei “tipi” e dei loro rapporti, della struttura che sta alla base del romanzo; la bellezza bionda e angelica, quella bruna più vitale, l’innamorato timido, quello goffo, la regola del similes similibus etc.
Lascio agli anglisti analisi più accurate e commenti sulla fedeltà al testo originale, ma considerando l’individuazione delle maschere sceniche e dell’organizzazione del testo, mi sento di concludere che non si può chiedere molto di più ad un film tratto da un libro.
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LEGGETE LEGGETE LEGGETE
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NARRATIVA STRANIERA
J. M. Coetzee, Vergogna, Einaudi, 2003.
Cerco il motivo di questo titolo nelle prime pagine, poi nei primi capitoli, ma nessuno degli episodi o dei personaggi descritti è tale da richiedere un termine così forte, anzi tutto è molto pacato, moderato, ovattato.
Un professore universitario conosciuto, ma non troppo, dotato, ma non troppo, che svolge il suo lavoro con dedizione, ma non troppa.
Frequentazioni femminili, prostitute, ma scelte attraverso un’agenzia di accompagnatrici, incontrate in appartamenti eleganti, in modo discreto.
Il mondo che cambia intorno a lui, i suoi matrimoni finiscono, sua figlia è quasi un’estranea, ma lui non se la prende più di tanto.
Felice? Forse, se si considerano i normali parametri. Appassionato? No. A niente. Tre libri di nessun successo pubblicati in venticinque anni di carriera (si consideri il ritmo dell’industria editoriale anglosassone) uno in progetto, ma è anch’esso solo "un gingillo". Disprezza il suo lavoro, sperpera ciò che guadagna
La vergogna comincia a prendere forma nella sua condizione di inetto, di essere banale nelle sue abitudini, nella sua reale o presunta cultura, che appare agli occhi di un critico nostrano, come l’esemplificazione la concezione che di essa ha il mondo anglosassone e che così spesso trapela da libri e film d’oltreoceano: una sfilza di citazioni, magari in diverse lingue, una sfilata di aneddoti ed etimologie, che se desta l’ammirazione degli anglofoni lettori dai nostri ottiene forse più sbadigli che applausi.
La vergogna continua ad insinuarsi nella storia con la comparsa della squallida relazione tra il professor David Lurie ed una sua studentessa, che, se pur consenziente, appare, anche dalle descrizioni fatte dal punto di vista di lui, anche troppo remissiva, quasi vittima. Ma vergogna di chi? Non di David, che rivendica orgogliosamente la sua libertà di fronte alle accuse di molestie ai danni della studentessa Melanie Isaacs mosse dalla famiglia di lei, si mostra risoluto di fronte alla Commissione disciplinare dell’Università che gli consiglia caldamente di farsi assistere da un avvocato, si mostra ostinato e arrogante anche di fronte alle minacce del fidanzato della bella Melanie.
Nessuna vergogna per lui, spavaldo, fiero, convinto delle sue ragioni; non così per Melanie, travolta dal pettegolezzo e dallo scandalo, amante di un vecchio, additata, compianta nè per la famiglia di lei, così credente, così perbene.
Il professor Lurie viene allontanato dall’Università e decide di raggiungere la figlia nella sua fattoria; inizia la catabasi. Tutto si rovescia e si trasforma. Dalla città alla campagna, dall’impegno intellettuale al duro lavoro manuale fatto di terra e sudore, nell’Africa nera, dalle belle amanti alla castità forzata e dalla violenza solo presunta a quella reale, cruda, indelebile che piomba addosso come un macigno, che toglie il fiato come un pugno allo stomaco, come la realtà che fingiamo di non vedere e che a un certo punto ci presenta il conto, come i mostri generati dal sonno della ragione, dalla povertà, dalla fame, dall’ignoranza. La discesa agli inferi è più o meno a metà della narrazione come nei poemi epici.
La vergogna diventa un gigante, investe tutto, ogni azione, ogni personaggio, ogni più banale avvenimento, ognuno ha a sua, la sua parte, la sua responsabilità in essa. Tocca e travolge tutto, massacra soprattutto le donne, ma coinvolge anche gli animali, anche le cose, i singoli, i gruppi, un intero paese, il suo presente, il suo passato e i nostri. Tutti abbiamo un ruolo nello scempio.
La triste morale è una vecchia storia, quella che ci ricorda che la violenza perpetrata oggi in Africa è figlia della miseria materiale e spirituale provocata dal secolare sfruttamento di questa terra e dei suoi abitanti da parte degli Europei e dal loro disinteresse per problematiche cui potrebbero porre rimedio. La solita vecchia storia che parla di noi che preferiamo nascondere lo sporco sotto il tappeto e piangere quando un po’ di quello sporco ci contamina, quando "uno di noi" viene ucciso mentre è in vacanza a Malindi da un poveraccio che diventa assassino per fame.
Retorica? Forse. Ma purtroppo anche miserrima realtà.
Un libro per informare, per scuotere, per farci vergognare, perché quella del titolo è anche un’esclamazione di rimprovero.
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LEGGETE LEGGETE LEGGETE
SEGNALIBRI
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Avete mai pensato a quanto può dirci su una persona ciò che usa come segnalibro?
sì, perchè si possono veramente usare le cose pù strane e si possono ottenere informazioni incredibili sul suo stile di vita...
Io uso ogni genere di cosa, trovo un'utilità in tutto... le vecchie fotocopie una volta che si è succhiata da esse tutta la conoscenza possibile possono servire ottimamente da fogli per appunti o liste della spesa e opportunamente piegate anche da segnalibri fornendoci tra l'altro un'utilissima lezione di vita sul riciclaggio e l'ecologia e un motivo in più per adorare la carta!
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poi... i cartellini dei vestiti! una volta assolto al loro importante compito informativo riguardo al prezzo, una volta acquistato il capo possono essere anch'essi utilissimamente impiegati in questo nobile uso!
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e poi le ricariche telefoniche usate...
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le buste delle bollette e degli estratti conto...
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volantini, pubblicità dei supermercati...
da tutto si impara!!
Sofia
Sarò banale ma io uso sono segnalibri propriamente detti… trovo che sia la cosa più logica… Ne ho molti uno di stoffa, uno ricamato, uno di legno, diversi di carta, di quelli delle librerie, li tengo vicino ai libri, così tutto è a portata di mano! Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto… Lindo Io… le riduzioni dei locali e… basta! Non è che leggo molto… Marco