S
J
Restano proprio uguali.
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II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le miei gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
(...)
IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
(...)
VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco, a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
(...)
(Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale)
Come vanno le cose?
Ieri ho preso un 30 con complimenti di pubblico e critica e un bel peso è rotolato via dal mio stomaco "e questo è un dato oggettivo" mi ricorda il grande Amicomatematico.
Come sto?
Temo ancora i mostri,
sento ancora i graffi della solitudine,
spesso passo il tempo libero sotto le coperte...
ma come già dissi il cuore è un puzzle e suoi pezzetti tante piccole calamite, ci vuole tempo
ma un po' di dittamo sparso sulle ferite può aiutare,
amici chimici e amici veri,
qualcuno che ti abbraccia
cene goliardiche con dosi esagerate di budino al cioccolato con gocciole extradark...
chi può dirlo.
Così all'egro fanciullo porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso
succhi amari ingannato ei beve
e dall'inganno suo vita riceve.
'così porgiamo al fanciullo malato
il bicchiere contenente la medicina
con gli orli cosparsi di miele, cosicchè,
ingannato dalla dolcezza
bevva la medicina amara e riceva la salute da questo inganno.'
(Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, I, da qualche parte...
citato a memoria)
La vita è amara, anzi la vita stessa è con le sue amarezze medicina ai suoi ostessi mali, le sue amarezze infatti insegnano e rafforzano come l'amaro rimedio offeto al fanciullo.
Certo per rendere il duro insegnamento della necessità del Male, della Sofferenza e del Sacrificio, il poeta "intesse fregi al ver" "adorna" di poetici diletti la dura verità.
"Molto egli oprò... molto patì per il glorioso acquisto"
non è possibile ottenere qualcosa di grande senza soffrire e più la cosa è grande più si soffre.
Clorinda ci rimette le penne e Tancredi se ne tormenta in eterno, ma la di lei morte è il sacrificio necessario che unico permette lo svolgersi della divina missione e il di lui peccato nonostante porti con se atroci sofferenze ne è l'inevitabile e provvidenziale strumento.
Ora forse anche quell'altrui peccato che fa soffrire non solo me e
il sacrificio del mio cuore apparentemente senza colpa sono stati provvidenziali
perche mi hanno aperto nuove e impensate profondità di conoscenza
e forse porteranno a nuove ed inaspettate dimensioni,
almeno questo canta l'incorreggibile speranza dal fondo più segreto del mio cuore... in ogni caso ho già avuto la mia medicina e il miele.
Chiamare le cose con il loro nome.
Ieri sera ho assistito ad un delizioso spettacolo teatrale, la rilettura di L'importanza di chiamarsi Ernest di Wilde.
A un certo punto la piccola Cecily ricorda l'importanza di mettere da parte "la maschera delle buone maniere" o delle finzioni di qualsiasi genere dico io, e chiamare le cose con il loro nome:
"Se vedo un badile lo chiamo 'un badile'!" grida alla sua rivale in amore (che risponde "Per mia fortuna posso dire di non averlo mai visto un badile")...
Ora,
dunque,
diciamolo:
ho il cuore spezzato...