Pupi Avati, Il papà di Giovanna, Milano, Mondadori, 2008.
Storia narrata da un autore onniscente.
Il protagonista è un padre, un professore, un marito; Michele insegna, educa, protegge, rassicura. Gli altri o vedono come inetto, privo di personalità, sempre accondiscendete; è il tipo che nessuno nota o ricorda, la cui presenza è ininfluente e lui ne è consapevole. Figlio di un pugile che ha inseguito la gloria finendo per fare il fotografo in piazza e per il quale nutriva un’immensa stima per aver vissuto e sfiorato la gloria, allievo dell’Accademia mai diventato artista, compagno di studi di Giorgio Morandi, migliore amico di un dongiovanni, sembra vivere di gloria altrui. Ha conosciuto la moglie guardandola negli occhi mentre posava alla scuola di nudo dell’Accademia, rassicurandola e salvandola dalla miseria con un matrimonio di convenienza. Dopo la nascita della figlia vive per tentare di salvarla dall’infelicità e all’abulia alla quale, replicandolo in tutto, è destinata. Il padre cerca di liberarla dalla sfiducia, dal pessimismo, dal senso di inadeguatezza, dalla consapevolezza dello schifo dell’esistenza.
Giovanna gli somiglia, non è bella, vive in un mondo tutto suo, non ha nulla della madre Delia, che armata di bellezza e femminilità ha afforntato la vita, ne è stata sommersa, ferita, si è salvata solo grazie all’inetto professore di liceo che ha potuto garantirle una quotidianità.
Michele cerca di educare Giovanna alla felicità, Delia, consapevole dei tentativi del marito cerca di privarla delle illusioni di cui crede il padre la nutra e di riportarla alla realtà, spiegandole la difficoltà della vita, la necessità dela sofferenza, l’esistenza della sfortuna. Padre e figlia sono uguali, complici, la madre è diversa, sembra irrimediabilmente lontana da loro.
Michele la crede distante inquanto diversa e migliore, Delia si sente invece esclusa.
Giovanna vive la dilacerazione; la madre bellissima che non manca di affascinare gli uomini che la circondano, che non ama il marito, le ricorda la realtà e le mostra tutto ciò che lei non è e non sarà mai; il padre la illude con la storia dell’intelligenza e del suo potenziale seduttivo, ma rappresenta l’inettitudine del reale.
Giovanna sente la mancanza della madre, della sua vicinanza e del suo affetto. Delia è convinta che la figlia non voglia farsi amare e si sente esclusa dalla complicità che la lega al padre.
Michele è inconsapecole di tutto, delle sofferenze della moglie e della figlia.
Crede veramente che Giovanna sia solo quello che lui vuole che sia, fragile, ingenua, bisognosa di lui, che Delia sia bella e migliore di lui.
Finchè la tragedia precipita sulla famiglia e fa emergere la verità.
Giovanna cade vittima del suo mondo e della dilacerazione.
La verità emerge dolorosamente ma lentamente. Ci vogliono anni.
Solo dopo un lungo processo di riconoscimento e accettazione della verità, di decostruizione dell’illusione di Michele di conoscere tutto della figlia e della moglie, dopo il crollo della sua certezza di essere la causa del male, si può tornare a costruire una vera comunicazione, anche tra madre e figlia.